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A chi ci avesse chiesto delle previsioni sulla partecipazione italiana ai concerti del secondo "Salon du Jazz", tenutosi alla Salle Pleyel, avremmo risposto con molta cautela, non tanto per scarsa fiducia in Nunzio Rotondo e compagni, quanto perchè sapevamo come difficile sia suonare davanti ad un pubblico partigiano come quello parigino, in gara con complessi di fama internazionale e in una sala illustre e severa come la Pleyel.
Avevamo sentito i ragazzi di Roma nel concerto tenuto prima della loro partenza all'Hot Club Milano, ma sapevamo che ben differente sarebbe stato ascoltarli in un ambiente, non diciamo ostile, ma non certo familiare come quello milanese.
Perciò la sera del 29 marzo, mentre la voce un poco strascicante di Charles Delaunay presentava alle tremila persone della Salle Pleyel Nunzio Rotondo ed il suo sestetto, avevamo un poco di batticuore. Ma poi appena hanno cominciato a suonare, tutto è parso facile e bello: ci sentivamo la pelle d'oca mentre girando gli occhi in sala vedevamo attorno a noi mille facce di francesi, inglesi, negri, svedesi raggianti di gioia per l'eccitante piacere che veniva dal palcoscenico.
Nunzio Rotondo (tp), Franco Raffaelli (alto sax), Ettore Crisostomi (p), Carlo Loffredo (bass), Carlo Pes (g), Gil Cuppini (drums), filavano a meraviglia ed ogni loro assolo era con sempre crescente entusiasmo sottolineato dagli applausi del pubblico. Alla fine del primo pezzo (Stelle Filanti di Rotondo) fu un urlo di entusiasmo e vi confessiamo che in un primo momento non riuscivamo a raccapezzarci bene. Poi abbiamo capito il valore del successo dei nostri ragazzi, specialmente nell'intervallo, quando decine di sconosciuti francesi o svedesi ci chiedevano notizie di "Rotondò", del "petit Konitz" italiano, del fenomenale batterista Cuppini che, come ci disse poi André Hodeir, suonava come un negro, di Loffredo, di Pes, di Crisostomi.
Fu un improvviso interesse collettivo per questa nostra piccola Italia che aveva della gente che suonava del jazz "à la page", più "à la page" di qualsiasi altro paese, perchè il nostro complesso ha suonato effettivamente nello stile più moderno: e vedevamo sorrisi, facce cordiali, attorno a noi; insomma quella sera, per merito dei nostri musicisti, essere italiani era un piacere.
La prova obiettiva di questo successo la si ebbe il giorno successivo, quando Charles Delaunay pregò i ragazzi di suonare anche nel secondo concerto, aggiungendo che nel '52 gli italiani ripetevano il successo e la sorpresa costituita dagli svedesi nel '49.
E la domenica sera, dopo il concerto, Dizzy Gillespie volle essere fotografato abbracciato a Nunzio Rotondo: sono cose che fanno piacere, senza dubbio, soprattutto perchè abbiamo avuto la sensazione che ognuna di queste manifestazioni fosse sinceramente sentita. Lo stesso Lars Resberg, presidente della Federazione del Jazz svedese, ci ha fatto promettere che nel 1954 l'Italia invierà una sua rappresentanza al grande festival del jazz che si terrà a Stoccolma.
Possiamo quindi dire che a Parigi il Jazz italiano è entrato ufficialmente nel mondo jazzistico internazionale: e in questa valutazione il senso delle proporzioni assume un valore assolutamente obiettivo e distaccato perchè gli applausi della Salle Pleyel e le parole di Delaunay, di Hodeir, di Resberg, di Gillespie, e di tutti gli altri amici di tutto il mondo, che ci hanno espressa la loro ammirazione per il jazz italiano, ne sono la prova più positiva e valida.
La critica d'oltralpe non potrà che confermare questa nostra impressione.
“…scriverò volentieri le note di copertina per il tuo disco, Nunzio;
tu sai che sei uno dei miei musicisti preferiti…”
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Dizzy Gillespie
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« Vedi, queste sono le cose che contano per me ».
Nunzio Rotondo ha cercato questa lettera in tutti i cassetti di casa.
Me lo avevano descritto scorbutico, chiuso, inavvicinabile “…il suo telefono ce l’ho ma non ti posso dare il numero, oppure non dirgli che te l’ho dato io” ed è invece un personaggio dolce, caldo, ha l’umanità di chi ha provato a mangiare patate lesse e basta, pur di fare soltanto del Jazz.
È molto timido, si. Non sposta l’orologio sull’ora legale, non scrive il suo nome sulla porta, non lo vedi ai concerti, ma quando ci va si entusiasma come un bambino ed è un piacere vederlo sciolto di piacere nello swing. Parla poco solo quando l’argomento non lo interessa, ma adesso ci accade spesso di passare la serata al telefono a parlare di Jazz.
Rotondo non vive che per la musica e questa frase che, così, è retorica ed anche un po’ frusta, si scopre che è la sola giusta per definirlo dopo che lo si è conosciuto. Non gli interessa veramente niente altro. Vive di Jazz.
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Le tentazioni le ha avute “… maestro, un programma speciale per lei, poi due canzonette e qualche vedette, ecco l’assegno…” e lui avanti a patate lesse, a scrivere gli arrangiamenti fischiettando perché il pianoforte era un lusso, a scoprire nuove sonorità, un linguaggio sempre più suo (e non fuori dal tempo). Suonava già del Jazz, Nunzio, quando non sapeva neppure cosa fosse. Il vibrato, lo swing, li scoperse quando imparava la musica all’Accademia di Santa Cecilia, da solo. Improvvisare era una necessità, un modo liberatorio con il quale realizzarsi.
«Fare del Jazz è una cosa talmente bella e completa che ti da tutto. Tu dovresti riuscire a far capire che il Jazz è la cosa più bella che ci sia».
È il discorso di un innamorato. Lo ripete.
«Devi riuscirci: trova il modo per dire che il Jazz è la cosa più bella».
Se bastassero le definizioni. È un fatto di pathos. Un blues lento, in quattro battute, è rivelatore.
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photo by Riccardo Crimi
La prima volta che Miles Davis ( è uno dei pochi che Rotondo ascolta ) venne a Milano, Roberto Papasso cercò di fare le presentazioni. Miles ascoltò le frasi che magnificavano Nunzio Rotondo. Mano tesa ad attendere una stretta che non ci fu: Davis voltò le spalle e li lasciò a guardarsi imbarazzati.
Più tardi Rotondo riuscì a suonare ed alla fine del blues, sempre senza una parola, Miles lo abbracciò.
Un abbraccio lungo e commosso. Gli altri impacciati, ridevano e applaudivano.
Si scambiarono la tromba, Miles scosse la testa e disse a Nunzio di buttare quel bocchino, gli consigliò il suo. Un abbraccio ancora e se ne andò.
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Quattordici anni dopo, Miles di nuovo in Italia e Rotondo raggiante al pensiero di rivederlo. È al Sistina di Roma, nel camerino, pantaloni di lucertola nera, sciarpa hippy. Cammina, muto, avanti e indietro. Una pantera.
Una signora dice a Rotondo di lasciar perdere tanto è imbestialito, morderebbe anche sua madre. Rotondo si appiattisce in un angolo, buono e zitto. Che momento infame, ma fa sempre così?
Su e giù, nero.
Eppoi, adesso con baffi e capelli così, non mi riconosce. Quattordici anni. Ma che aspetto a fare?
Miles Davis esce, gli passa davanti, lo guarda male e tira dritto. Poi si volta e torna indietro. Occhi tondi, adesso ridono, si tocca il labbro (il bocchino, ricordi my brother?). Si abbracciano di nuovo, per un minuto.
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Miles Davis e Nunzio Rotondo non si parlano, non si scrivono. Si riconoscono a distanza di anni sul filo del blues, in quattro battute rivelatrici.
In quella prima sera a casa di Rotondo, con Walter Cianfrocca che stemperava con il suo humor da romanaccio simpatico il contatto con l’estraneo che raggela Nunzio, ho capito che Rotondo è un ricercatore istintivo.
Non si pone la ricerca come problema, ma come soddisfazione del proprio bisogno di essere, domani, diverso da oggi.
« Sento di non aver detto tutto »
Si troverà poi a dire, lui sulla via Cassia a Roma, le stesse cose che qualche altro musicista sta dicendo a New York o a Parigi.
Non ha un giradischi funzionante in casa (i bambini li trovano deliziosi come giocattoli) e ascolta pochissimo la musica degli altri.
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Eppure riesce sempre a suonare le cose che si suoneranno domani.
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Mi ricorda Julian Cortazar [Il Persecutore, Bestiario, Einaudi 1965] quando descrive gli ultimi anni di Charlie Parker:
« …suonavano con piacere, senza nessuna impazienza e il tecnico del suono dava segni di contentezza di là dal finestrino, come un babbuino soddisfatto. E proprio in quell’istante, quando Johnny era come sperduto nella sua letizia, di colpo smise di suonare e lasciando andare un pugno non so a chi, disse: “questo lo sto suonando domani”. I ragazzi rimasero di stucco, due o tre soli continuarono per qualche battuta, come un treno che tarda a frenare e Johnny si picchiava la fronte e ripeteva: “questo l’ho già suonato domani, è orribile, Miles, l’ho già suonato domani questo!”; e non riuscivano a distoglierlo in nessun modo da questa idea.
Dopo d’allora tutto andò male, Johnny suonava senza voglia e desiderando di andarsene (a drogarsi di nuovo, disse il tecnico del suono morto di rabbia), e quando lo vidi uscire, barcollando e con la faccia color cenere, mi domandai se sarebbe durato ancora molto ».
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Charlie Parker, the Bird, impazzì sopra l’idea di stare suonando quello che aveva già suonato domani. Ci morì sopra.
Era uno di quelli che voltano le pagine della storia del jazz (e dopo di loro non si può più suonare come si suonava prima)
Nunzio Rotondo suona alla Nunzio Rotondo e al di là dell’apparente pleonasticità dell’affermazione, non rimane (per capire che non è un pleonasma) che chiedersi per quanti altri in Italia si possa dire con sincerità la stessa cosa.
[…] Tra i musicisti di jazz europei, Nunzio Rotondo è senza dubbio uno dei più “impegnati” nelle ricerche armoniche e timbriche.
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Uno dei suoi primi dischi, inciso nell’imediato dopoguerra, era intitolato Hellzaboppin: titolo scherzoso e polemico ad un tempo, che aveva un carattere sintomatico.
Il giovane trombettista (che è nato a Palestrina nel 1924) cominciava subito, cioè, ad allinearsi al gruppo dei musicisti di jazz di scuola moderna.
Oggi il suo stile risulta molto più evoluto e maturo rispetto a quelle prime esperienze discografiche.
Chi abbia ascoltato qualcuna delle trasmissioni della serie Ballate con Nunzio Rotondo (titolo più di richiamo che rispondente alla essenza della trasmissione in sé) avrà potuto rilevare la tecnica inappuntabile dello strumentista, accanto all’estrema accuratezza dell’arrangiatore.
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Da parte nostra, abbiamo sinceramente ammirato esecuzioni di temi come Yesterdays e Bernie’s Tune, che rivelano come Nunzio Rotondo non abbia seguito passivamente la scuola di Mulligan, ma ne abbia tratto occasione per una nuova e personale esperienza.
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L’anno scorso, dopo il secondo Festival di Sanremo, il noto critico francese André Clergeat scriveva sulla rivista Jazz Hot: « Nunzio Rotondo, che è già abbastanza noto in Francia, mi sembra il miglior musicista di jazz italiano. Dotato di una bellissima sonorità, di una tecnica eccellente e di un temperamento assai sensibile, si trova particolarmente a suo agio nei tempi lenti, e non mi pare che ci siano molti trombettisti europei in grado di competere con lui ».
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Per la verità, non è questo il primo né l’ultimo riconoscimento che Rotondo abbia avuto sulla stampa internazionale: perfino in Spagna, la rivista Club de Ritmo gli ha dedicato un articolo, e la sua fotografia è stata pubblicata sull’Encyclopedia of Jazz di Leonard Feather.
Ora, le trasmissioni radiofoniche potranno farlo conoscere meglio anche agli ascoltatori italiani.
Salvatore G. Biamonte
estratto dal RADIOCORRIERE n.17 del 27 Aprile - 3 Maggio 1958
...facciamo un disco o un concerto a Roma, o comunque facciamo qualcosa insieme alla radio.
E' stata, realmente, una grande esperienza, quella seduta di fiati alla radio, e tu suonasti veramente in modo meraviglioso, quando finalmente riuscimmo a farti suonare!
Il tuo spirito è molto sviluppato e bellissimo, Nunzio, e questo è il modo in cui si crea la musica. Sono convinto, ora, che sentimenti come l'amore, la comprensione, il rispetto e la gentilezza, devono esistere..."
In effetti, il Blues una volta che ti entra dentro, non puoi più abbandonarlo.
Fa parte del tuo modo di essere, colora il tuo sentire, ti fa apprezzare quel lato malinconico che tutti noi abbiamo dentro, senza dare una spiegazione a questo, ma rendendolo una parte della vita, una parte importante.
Come si potrebbe essere felici senza conoscere la tristezza?
Come si può parlare di Jazz senza conoscere il Blues?
Ecco il perché di questa seconda trasmissione dedicata.
Quanto sarebbe bello oggi parlare di queste cose alla radio, far conoscere le forme dei sentimenti, dare voce ai mille suoni delle emozioni.
Eppure queste trasmissioni non vengono più fatte, non dico solo da me, ma da quanti abbiano l’amore di parlare della musica come grande arte, come aspetto fondamentale della vita.
Come spesso faccio in questo periodo, ieri sera ho chiamato Nunzio Rotondo, il mio amico Nunzio.
Non so se capita anche a voi ma quando sento un amico, per me è un momento magico anche se parliamo “solo” di cose quotidiane.
La sintonia, la certezza della comprensione, la confidenza sulle cose intime ma anche la possibilità di dire le cose veramente come stanno, mi trasmettono una serenità che è difficile descrivere con le parole.
Insomma, quando sento Nunzio, per me, è un momento bello,
bello come un’intima ballad, come un caldo abbraccio, bello come quando guardo negli occhi la mia donna e, senza bisogno di parlare, ci raccontiamo l’amore.
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Io poi inseguo sempre il mio sogno di raccontare la sua fantastica avventura umana e nel Jazz, per cui ogni volta lo riempio di domande sulla formazione che ha suonato con lui la sua bellissima “Stelle Filanti” al secondo Festival du Jazz di Parigi, in una Salle Pleyel gremita e plaudente.
Oppure sulla data di registrazione di questo o quel brano, o su come suonava il pianoforte Romano o su quello che lui ha registrato con Franco D’Andrea, e ancora sui titoli delle sue composizioni.
Uno dei miei temi preferiti è farmi raccontare quei magici incontri che Nunzio ha fatto con Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Miles, Duke Ellington, Sonny Rollins, Clifford Brown, Lionel Hampton.
Praticamente tutte le stelle del Jazz.
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Così è stato anche ieri sera e Nunzio, alla mia serie di domande, con la sua naturale poesia, con la sua magica invenzione, con il suo sottile ritardo sul tempo comune mi ha risposto così:
“si, sono belle le stelle.
Spesso ce ne dimentichiamo e ce ne ricordiamo solo per le rime romantiche o quando ce ne parlano gli astronomi o gli astrologi. Ma quello che sono le stelle in realtà non lo sappiamo più.
Proviamo a pensare che cosa è una stella.
Una stella è un sole, e tutte le stelle che noi vediamo la notte sono soli. Tanti soli che riscaldano miliardi di pianeti dove forse c’è la vita, o no?
Siamo quindi un infinitesimo di universo o siamo alcuni dei miliardi di pianeti abitati?
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Uno scrittore una volta scrisse che forse nessuno si fa vivo con noi nell’universo perché siamo in castigo.
Suggestiva ipotesi, ma in tutti i modi siamo veramente un nulla o quasi. E qualcuno in questo nulla di tutti noi, pensa di essere qualcuno.
Ecco che cosa sono le stelle, sono uno specchio per farci capire quello che veramente siamo.
Ma forse è tutto inutile, chi dovrebbe capire, non le guarda, gli fanno paura, e chi le guarda e le ama, sa di essere solo un piccolo, minuscolo, ma dolce loro fratello…”
“Il Jazz è amore, è una musica che viene dal cielo, e l’importante è metterci dentro il cuore, suonare poche note ma con poesia. C’è gente che parla tanto e non ti fa capire niente e c’è gente che con quattro parole ti spiega tutto: ecco, questa è la nostra musica e suonarla è una delle cose più piacevoli che esistano”
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Con queste parole Nunzio Rotondo, veterano e autorevolissimo jazzista di fama internazionale, ha accolto il gruppo di Radioscrigno nel momento in cui l’idea del disco prendeva consistenza.
Alcuni di noi lo conoscevano dai tempi epici, altri solo attraverso le mitiche trasmissioni radiofoniche – il suo Appuntamento con Nunzio Rotondo ha svolto per anni un ruolo pedagogico-propedeutico per i neofiti del settore.
Nunzio Rotondo non si è mai piegato alle mode correnti e ricorrenti del Jazz: il suo modo di suonare è univoco, perché non si è mai lasciato suggestionare nemmeno dai grandi che ha stimato. Il suo sound è il risultato di anni di studio, ore e ore passate in compagnia dello strumento e ad ascoltare la sua musica si rimane incantati dalla sonorità morbida e bellissima, dal fraseggio duttile, controllato, reso affascinante da quel sottile ritardo sul tempo di base, oltre alla stupenda e proverbiale capacità di invenzione.
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Ma forse la migliore presentazione per questo artista sono le note che il critico Franco Mondini, che ha anche suonato a lungo, come batterista, con lui:
“Fra Nunzio e il Jazz fu un amore a prima vista. Un amore che dura da tutta una vita. Rotondo è musicista colto e raffinato. Così raffinato da sottomettere il suo innato virtuosismo a una sorta di autocensura come solamente i grandi solisti sanno esprimere. Al musicista grande corrisponde, in Nunzio, un uomo dal volto cordiale, dai sentimenti caldi, autentici. La sua storia si può ridurre, mi si conceda il luogo comune, in una frase, la solita ma la più efficace: “una vita per il Jazz”. In realtà è proprio Rotondo che ha dato un indirizzo a tutto il Jazz italiano dagli anni Cinquanta in poi. Decine di solisti, non solamente i trombettisti, hanno tratto insegnamento da lui, cercando di imitarlo nel fraseggio, nel suono, nello stile. Qualcuno c’è quasi riuscito e ha fatto strada. Ma nessuno raggiungerà la sua classe inimitabile, nessuno riuscirà mai a riproporre quella vena poetica e lirica che fanno dello “stile Nunzio Rotondo” qualcosa di unico, irripetibile”.
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Nato in una famiglia di musicisti professionisti, a sei anni inizia lo studio del pianoforte cui si aggiunge a nove quello della tromba. A dieci anni viene iscritto al conservatorio di Roma ai corsi di pianoforte, tromba e composizione (si diplomerà in tromba e composizione, non prima di aver conseguito la laurea in Lettere). Suona, in veste di solista, in orchestre Jazz a Radio Roma, di cui fa parte, come pianista, anche Armando Trovajoli.
Nel 1948-49 fa le prime esperienze jazzistiche partecipando a jam session con Carlo Loffredo e Carlo Pes, diventando in breve il punto di riferimento di tutti gli appassionati di Jazz moderno che si danno appuntamento al “Mario’s”, dove si esibisce con i Be-Boppers, formazione di cui fanno parte Franco Raffaelli, Ettore Crisostomi, Carlo Loffredo e Pepito Pignatelli.
Costituisce il sestetto dell’Hot Club di Roma e nel 1949 incontra per la prima volta Louis Armstrong. Nel 1951 incide i brani che segnano la nascita del be-bop in Italia, realizzando jam con Duke Ellington, Roy Eldridge, Zoot Sims e Toots Thielemans, partecipando al Festival Jazz di Roma e di Milano. Nel 1952 incide altri otto temi bop fondamentali in sestetto (stavolta con Gil Cuppini alla batteria), formazione con cui partecipa al Festival Jazz di Parigi e al Festival Jazz di Milano.
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Fu proprio la partecipazione al Secondo “Salon du Jazz” alla Salle Pleyel a proiettare il nome del trombettista nel firmamento internazionale. La sera del 29 marzo 1952, introdotto dalla voce un poco strascicante di Charles Delaunay, Rotondo saliva su quell’autorevolissimo palco (che aveva già visto all’opera Duke Ellington, Louis Armstrong, Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Miles Davis) davanti a tremila persone. Già dopo il primo brano, Stelle Filanti, presentato in anteprima e destinato a diventare la sua sigla, vi fu un urlo di entusiasmo nei confronti del fenomenale “Rotondò”. La riprova si ebbe il giorno dopo, allorché gli organizzatori chiesero al gruppo di suonare anche nel secondo concerto, con un entusiasta Gillespie che chiese di essere fotografato abbracciato al suo collega italiano. Da notare che sempre nel 1952, Rotondo aveva stravinto il referendum del mensile Musica Jazz, primeggiando fra i trombettisti e nella categoria dei musicisti più popolari.
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Nel 1953 registra diverse trasmissioni per la radio, incidendo nove nuovi brani con un ampio gruppo comprendente Gino Marinacci, Aurelio Ciarallo, Franco De Masi, Vittorio Paltrinieri, Tonino Ferrelli e Gil Cuppini. Al 1954 risale la partecipazione al Festival Jazz di Modena e l’incisione di altri otto brani, con Romano Mussolini, Roberto Nicolosi, Giancarlo Barigozzi e Gil Cuppini.
Nel 1955 ha modo di conoscere Lionel Hampton, che lo invita a far parte della sua big band, ma Nunzio non ha il passaporto!
Nel 1956 prende parte al Festival Jazz di Sanremo e al Festival di Roma, suonando in jam session con Chet Baker. L’anno dopo torna al Festival Jazz di Sanremo, svolgendo attività concertistica con Leo Cancellieri, Romano Mussolini, Tonino Ferrelli e Pepito Pignatelli. Nel 1958 torna al Festival del Jazz di Roma, dove ottiene la coppa come miglior solista di Jazz moderno, partecipa nuovamente al Festival Jazz di Sanremo, iniziando cicli di trasmissioni radiofoniche con propri gruppi, fra cui spicca ancora Gino Marinacci, insieme ai nuovi arrivati, Sal Martirano al piano, Sergio Biseo al contrabbasso e Franco Mondini alla batteria.
Nel 1959 prende parte al Festival di Fregane, mentre i suoi gruppi vedono l’arrivo di nuovi musicisti, fra cui Raymond Fol, Bibi Rovere, Berto Pisano ed il saxofonista Enzo Scoppa, destinato ad una lunga collaborazione con il musicista. Sono tutti solisti con i quali, unitamente all’attività concertistica, si dedica anche alla musica di sonorizzazione. Dal 1960 al 1969 interrompe i concerti con appena due eccezioni: il 27 ottobre 1965 fa parte di una big band europea comprendente, fra gli altri, Albert Mangelsdorff, Martial Solal e N.H.O. Pedersen e il 17 dicembre 1966 al “Cancello” di Scandiano insieme ad Enzo Scoppa, Romano Mussolini, Carlo Milano e Franco Tonani.
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Proprio in quell’anno arriva il “Diapason d’Oro”, il premio musicale più significativo del momento. In questo periodo, quasi unicamente per l’attività radiofonica, le sue formazioni comprendono di volta in volta una serie di validissimi jazzisti, fra cui i pianisti Franco D’Andrea, Joel Vandroogenbroeck, Mal Waldron, i saxofonisti Gato Barbieri e Romano Liberatore, i bassisti Maurizio Majorana, Eric Peter, Dodo Goya, i batteristi Franco Mondini, Roberto Podio, Pierre Favre e Franco Tonani, le cantanti Lydia McDonald e Gianfranca Montedoro.
Nell’aprile del 1969 introduce per la prima volta il Jazz alla Radio Vaticana, collabora ad alcune colonne sonore di Piero Piccioni e compone musiche di commento per documentari e sceneggiati televisivi. Dal 1970 al 1973 riprende l’attività concertistica con Enzo Scoppa al sax tenore, Franco D’Andrea al piano, Bruno Tommaso al contrabbasso, formazione con la quale prende parte ai Festival di Bergamo, Pescara, Padova, dove ottiene successo di critica e di pubblico a dir poco strepitoso.
Un successo che non impedisce al trombettista di ripiombare nel silenzio, un silenzio che verrà interrotto solo nell’aprile del 1980 per partecipare alla stagione Jazz nell’ambito delle attività extra-scolastiche del Conservatorio di Milano. L’anno dopo suona ancora a Palermo e ad Ischia, preferendo dedicare la maggior parte del tempo alla composizione.
Dalla fine degli anni Ottanta e per buona parte dei Novanta, Nunzio Rotondo rimane fedele al suo stile di vita: molte, moltissime ore di studio al giorno, rarissimi concerti e attività radiofonica, sia pure ridotta rispetto al passato. Dal 2004 (anno del suo ritorno ai concerti dal vivo all’Alpheus di Roma) ad oggi, è l’attività di compositore a prevalere.
Oggi inauguro un nuovo blog, il Blog di Nunzio Rotondo.
Voi vi chiederete:
ma che bisogno c’è di uno spazio nuovo quando su Jazz from Italy hai dedicato spesso spazio alla figura di Nunzio Rotondo?
Il fatto è che ogni volta che incontro Nunzio Rotondo, i suoi racconti, l’ascolto delle sue bellissime e importanti trasmissioni radio, i ricordi delle sue amicizie, praticamente tutti i giganti del Jazz mondiale, le sue idee nuove, le sue concezioni senza tempo sulla Musica, sulla società, sui rapporti umani, su quello che potremmo definire “i valori universali”, insomma, affiorano senza sosta, emergono come da una sorgente preziosa e sgorgano fuori all’improvviso, come inaspettate melodie nate nel momento magico dell’invenzione.
Bene, io mi sento “in dovere” di raccogliere questo tesoro, e di condividerlo con quanti abbiano ancora la sensibilità di interessarsi delle cose belle, con quelli che credono ancora nell’amore, con tutti quelli che ogni tanto si fermano a guardare il cielo ed a contemplare la bellezza delle stelle.
Io mi ritengo fortunato di aver incontrato Nunzio e non voglio perdere nulla di questo, perché in ogni sua parola trovo l’importanza dell’uomo saggio, perché nella grandezza dell’artista Rotondo trovo l’umiltà dell’uomo della strada, perché nelle sue note, in ognuna delle note che Nunzio Rotondo ha soffiato, trovo la bellezza del creato.
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Inoltre, in questo spazio, io vorrei archiviare anche tutti i documenti che sono stati scritti su di lui, e sono molti, a firma delle più importanti figure della cultura italiana, farvi ascoltare la sua splendida musica e tutte le sue trasmissioni radiofoniche, che spero un giorno riprendano ad essere diffuse nell’etere, creare un album di fotografie che lo ritraggono e che raccontano un’epoca, dare spazio ai nuovi progetti di Nunzio, perché lui non si ferma mai, inarrestabile e travolgente come una supernova e, last but not least, permettere a Nunzio di rispondere ai vostri commenti in prima persona.
Ecco il motivo di questo blog, totalmente dedicato a lui, ed è sempre poco rispetto a quanto Nunzio Rotondo ci ha dato e ci può ancora dare, vi assicuro, fidatevi.
Per cui “varo” questo spazio con uno dei suoi scritti, a me molto caro, ed ovviamente con la sua musica.
Buon ascolto e scrivete a Nunzio Rotondo, lui vi risponderà e vi farà bene.
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Lo sai Che…
Lo sai che… l’uomo è destinato alla gioia, ma che egli non lo sa?
Lo sai che… l’uomo è destinato all’amore, ma che egli inconsapevolmente fa di tutto per distruggerlo?
Lo sai che… l’Amicizia è il dono più prezioso dell’animo?
Lo sai che… quando si ama tutto il mondo è felice, perché chi ama fa partecipare il mondo della sua felicità e cerca di modellarlo a sua immagine e somiglianza?
Lo sai che… solo la solidarietà fra gli uomini e i popoli può salvare l’umanità e il nostro pianeta-terra dalla catastrofe?
Lo sai che… il clochard non accetta compromessi nella sua professione di clochard, e che da lui dovremmo prendere tutti esempio per non scendere mai a compromessi che deturpano il nostro animo, modificano la nostra immagine, cambiano i nostri colori, i nostri suoni, le nostre armonie interiori?
Lo sai che… il nostro modo smodato di consumare mette a repentaglio l’intero nostro pianeta, che non reggerà più al nostro sviluppo insostenibile?
Lo sai che… il danaro, i soldi… non sono tutto per l’uomo, anche quando vogliono farti credere che invece è il più grande “valore”, per il quale è perfino lecito, fare qualunque “cosa”?
Lo sai che… c’è la fame nel mondo e che sono a rischio 854 milioni di esseri umani: bambini, anziani, donne… ma anche giovani che non hanno le calorie necessarie per poter vivere sani?
Lo sai che… che devi aprire ogni giorno gli occhi non per guardare ma per vedere?
Ma forse tutte queste cose ognuno di noi le sa, soltanto che ha paura di dire a se stesso di saperle… perché vuole sfuggire alle sue responsabilità e continuare così soltanto a “guardare” senza “vedere”.